martedì 29 giugno 2010

In memoria di Pietro Taricone


Ogni giorno tante persone muoiono nel mondo. Di moltissime non veniamo neppure a conoscenza. Di poche apprendiamo la morte dalle pagine di cronaca dei giornali, soprattutto per le modalità con cui essa è avvenuta, ma tutte, purtroppo, ci lasciano più o meno indifferenti, come un fenomeno cui siamo abituati e che fa parte della vita stessa.
Ma quando a perdere la vita è una persona che conosciamo, seppure solo un poco, seppure superficialmente, allora la cosa ci tocca personalmente, ci emoziona e ci commuove e ci comunica, con il freddo linguaggio della morte, che un pezzettino di noi è andato via irrimediabilmente, che un pezzettino della nostra vita è scomparso e di esso rimarrà, se siamo fortunati, solo la memoria.
Non ho mai visto "Il Grande Fratello", in nessuna delle sue molteplici e pedisseque edizioni, ma ho conosciuto personalmente Pietro Taricone a "Domenica in" nella edizione del 2003-04, condotta da Paolo Bonolis, quando intervistavo in diretta, sub specie psichiatrica, gli ospiti VIP della trasmissione.
Uno di questi malcapitati fu proprio Pietro Taricone e serbo di quel colloquio sotto l'occhio delle telecamere, un ricordo preciso, emozionante ed anche commovente.
Vedevo Pietro per la prima volta e mi ero sommariamente informato su di Lui, da qualche ritaglio di giornale, allo scopo di rivolgerGli qualche domanda significativa, nello spazio della trasmissione che mi era destinato.
Quando si adagiò sul lettino, che nella immaginazione dello sceneggiatore avrebbe dovuto creare l'atmosfera particolare, assieme alle luci soffuse e al silenzio circostante, dello studio di uno psichiatra, nonostante la incombenza delle telecamere e del pubblico presente, notai immediatamente, e non senza stupore, sotto un atteggiamento visibilmente spavaldo, ma non scorretto, la Sua fronte imperlata di sudore, non certo per il calore e un leggero tremore alle mani, segno tangibile ed evidente di una certo disagio e tensione emotiva, inappropriata in Chi era certamente più abituato alle telecamere, di quanto lo fossi io.
Dopo qualche generica domanda per rompere il ghiaccio e creare una atmosfera rilassata, Gli chiesi di raccontarmi qualcosa della Sua famiglia e della Sua vita prima di raggiungere la notorietà e mentre mi stava rispondendo, non riuscendo a nascondere una certa commozione parlandomi dei genitori anziani, ad un tratto si interruppe, improvvisamente, e sollevandosi a sedere, dal lettino sul quale era disteso, mi disse, con voce rotta dalla emozione e concitazione e con gli occhi spaventati:"Dottore, io ho paura di parlare con lei, perchè lei mi scruta dentro e questo mi fa paura".
Confesso che mi colse del tutto alla sprovvista.
In quel momento, da quel momento, il tono della nostra conversazione cambiò radicalmente dimentichi Lui ed io certamente, di essere davanti agli occhi di tutti.
Gli spiegai che se è vero che uno psichiatra ci scruta dentro, ci legge dentro, questo lo fa solo ed esclusivamente con lo scopo e la intenzione di aiutarci, di permetterci di conoscerci meglio e più profondamente, di affrontare e superare i nostri lati oscuri, più reconditi e nascosti.
Solo allora, rassicurato e confortato, mi lasciò intendere, con le parole che il pudore Gli permettevano, di essere stato proiettato, trascinato in una dimensione forse troppo grande per Lui, ma dalla quale, alla quale ormai non era più in grado di sottrarsi e che la Sua vita aveva subito una svolta, forse non voluta, ma ormai inarrestabile.
Provai una grandissima tenerezza e se il mio ruolo e le esigenze della trasmissione non me lo avessero impedito, Lo avrei abbracciato paternamente, come la mia maggiore età mi avrebbe permesso.
Non Lo rividi più.
Oggi, alla notizia della Sua scomparsa provo un grande dolore misto al senso di ingiustizia e di rammarico che mi colpisce sempre, quando una persona più giovane di me, muore prima di me.
Addio Pietro, Che avevi paura Ti si scrutasse dentro. Ti ricorderò sempre con queste parole.
Domenico Mazzullo

domenica 30 maggio 2010

41 bis



Si chiama "41 bis" l'articolo del nostro codice penitenziario attualmente in vigore, applicato nei confronti e temuto anche dai più pericolosi mafiosi, altrimenti detto "carcere duro", che naturalmente, seppur nella sua durezza, nulla ha a che vedere con il "carcere duro" cui fu condannato e che patì il nostro patriota Silvio Pellico allo Spielberg, tristemente noto e conosciuto attraverso le sue "Le mie prigioni" lette, almeno un tempo, da ogni bambino delle elementari.
Conoscemmo, attraverso queste ,le severità, ma anche le umane pietà del carceriere Schiller, le grazie della sua figliuola, e pure il profumo della "rosa di Maroncelli", altro patriota e costretta a dividere con Lui le angustie del carcere austriaco.
Orbene, se fino ad ora eravamo certi che in Italia esistesse il regime di "41 bis", ossia di carcere duro, per i nostri detenuti particolarmente pericolosi, da oggi sappiamo, con ragionevole certezza e soddisfazione che un "41 bis" esiste anche.......all'Inferno, per i sacerdoti che in vita si sono macchiati del crimine efferato e vergognoso di pedofilia.
Lo apprendiamo, non senza stupore e sconcerto, ma anche con una certa soddisfazione e rassicurazione sulla equità della pena e della giustizia, direttamente dalla viva voce di Monsignor Scicluna, il quale, presiedendo una celebrazione di preghiera e riparazione per le vittime della pedofilia in San Pietro, ha commentato il noto passo del Vangelo di Matteo che contiene le severissime parole di Gesù per chi scandalizza i bambini:"E' meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato in mare".
Facendo salva ogni considerazione sulla pietà cristiana per i peccatori, Monsignor Scicluna ha affermato, con assoluta e totale convinzione, che questi peccati sono molto più gravi, se commessi da un religioso, tanto che per loro anche le punizioni dell'inferno saranno più dure.
E di Monsignor Scicluna c'è da fidarsi perchè, per dirla con Shakespeare, "è uomo d'onore" ma soprattutto è persona ben informata dei fatti essendo Egli, non un Monsignore qualunque, ma nientepopodimeno che il Promotore di giustizia della Congregazione per la Dottrina della Fede, l'ex Sant'Uffizio presieduto dal Cardinale Ratzinger prima che divenisse Papa, e quindi, in parole povere e in termini profani, il Pubblico Ministero incaricato di indagare su tutti i casi di pedofilia che coinvolgono esponenti del clero.
Quindi il messaggio è chiaro ed inequivocabile, severo e tale da far tremare i vivi:"Inferno
ancor più duro per i preti pedofili".
E noi che pedofili non siamo e neppure preti ,r imaniamo impressionati ed attoniti per la severità della pena, seppur giusta e sacrosanta e la sua caratteristica di ineluttabilità e di condanna definitiva per la vita eterna, ma più modestamente e prudentemente, desidereremmo che le porte del carcere terreno si aprissero, per tutti coloro i quali, preti e non, si macchiano di un crimine così vergognoso, e rimanessero chiuse dietro le loro spalle, per molti e lunghi anni.
Sulla condanna eterna nell'Aldilà non osiamo pronunciarci.
Domenico Mazzullo

martedì 18 maggio 2010

Si dice il peccato....





Si dice il peccato....ma non il peccatore, recita un vecchio proverbio di quella acuta e inalienabile saggezza popolare fatta spesso di luoghi comuni e di sentenze ovvie e lapalissiane, mai sottoposte a critiche e riflessioni e come tali accettate per buone e vere, espressione di quella verità che conforta e rassicura gli spiriti semplici bisognosi di certezze e nemici del dubbio, che invece insinua interrogativi pericolosi e sconcertanti, togliendo il sonno e disturbando il placido scorrere della nostra esistenza.
Come tale mi è sembrato il discorso del Papa domenica scorsa a piazza San Pietro, di fronte ad una folla osannante e giunta da ogni dove, a rendergli omaggio in questo momento difficile per lui e per la Chiesa che rappresenta e comanda, a sostenerlo e confortarlo, a proteggerlo e difenderlo dagli attacchi che da tante parti riceve in questo momento, a proposito del ben noto scandalo pedofilia in seno alla stessa Chiesa.
Eppure a ben leggerne le parole, da lui pronunciate e pubblicate su tutti i quotidiani di ieri, lunedì, qualcosa non mi convinceva, qualcosa mi suonava stonato, stridulo, pretestuoso, inappropriato e non convincente, dietro una apparente ovvietà e quasi banalità di contenuto, prevedibile quanto prevista ed attesa.
Solo oggi, a mente fresca, tanto per usare un altro luogo comune, ho scoperto, ho compreso la ragione, la logica di quel sottile fastidio, di quell' impalpabile disagio che ho provato e continuo a provare di fronte alle "innocenti" sue parole di domenica e che riporto integralmente per chi non le rammentasse:" Il vero nemico da temere e combattere è il peccato, il male spirituale, che a volte, purtroppo, contagia anche i membri della Chiesa. Viviamo nel mondo, ma non siamo del mondo, anche se dobbiamo guardarci dalle sue seduzioni. Dobbiamo invece temere il peccato e per questo essere fortemente radicati in Dio, solidali nel bene, nell'amore e nel servizio. E' quello che la Chiesa e i suoi ministri, unitamente ai fedeli, hanno fatto e continuano a fare con fervido impegno per il bene spirituale e materiale delle persone in ogni parte del mondo.....Proseguiamo insieme, con fiducia questo cammino, e le prove, che il Signore permette, ci spingano a maggiore radicalità e coerenza.".
"Voilà il gioco è fatto" direbbe un provetto prestigiatore, o illusionista come si sarebbe chiamato nell'ottocento, di fronte ad una platea gremita di allibiti e stupefatti spettatori rapiti dai rapidi gesti dell'artefice del giuoco di prestigio, che avrebbe fatto miracolosamente sparire, volatilizzare un oggetto fino ad allora presente e visibilissimo, concreto e indiscutibile nella sua materialità.
Con la stessa maestria, il Papa nel suo discorso ha operato un giuoco di prestigio ben più difficile ed affascinante adoperando la ben più ardua e complessa, sottile arte delle parole a confronto con quella dei gesti, arte delle parole che la Chesa ha esercitato ed affinato in più di duemila anni di pratica del potere.
In un attimo infatti, di fronte ad una platea rapita ed attonita, osannante ed adorante il Santo Padre, con un abile quanto sottile discorso, ha fatto il miracolo, di far scomparire improvvisamente e mirabilmente le colpe e le responsabilità personali dei sacerdoti rei di essersi macchiati del crimine più abietto e riprovevole per chi si arroga il diritto di educare, di indicarci la strada, di assolvere e perdonare, o di condannare i fedeli, ossia il crimine della pedofilia, ai danni di bambini ed adolescenti loro affidati e con esso le colpe e le responsabilità di coloro che sapendo hanno taciuto e coperto, per difendere e proteggere il buon nome della Chiesa.
Come è potuto avvenire tutto questo? Semplice e d elementare.
Nel discorso del Papa sono scomparse le responsabilità personali e le colpe gravissime dei singoli sacerdoti, sostituite dal "peccato" in generale, entità astratta, incorporea, ineffabile, che permea e pervade l'umanità intera e che a mo' di virus di una temibilissima epidemia, contagia tutti gli uomini e tra questi anche, purtroppo, talvolta i membri della Chiesa.
Dai miei ricordi degli studi di Medicina, mi sembra di rammentare che il contagio per opera di un agente patogeno, avvenga nei confronti di una vittima che passivamente, involontariamente lo riceve, lo subisce, ammalandosi e non piuttosto con una attiva e volenterosa partecipazione di un artefice, che lungi dal subirlo, lo agisce e lo esercita, facendo egli invece delle vittime innocenti.
Analogamente mi sembra che i sacerdoti pedofili e coloro che in seno alla stessa Chiesa li hanno protetti e coperti, si siano attivamente prodigati ed affaccendati alacremente per essere contagiati da questo virus del "peccato", per usare le parole del Papa, così diffuso nella umanità intera e anche in quegli ambienti che, arrogandosi il compito di curare le anime, dovrebbero esserne immuni.
Così, con un'abile e sottile manovra dialettica il Papa ha trasformato i volenterosi colpevoli di pedofilia, da consapevoli e coscienti peccatori, in vittime anche esse del contagio, da parte del misterioso morbo denominato "peccato", privandoli d'un sol colpo di ogni responsabilità e colpevolezza, capovolgendo il loro ruolo da quello di artefici, in quello di vittime.
Non contento di questo però, il Santo Padre, con un brillante guizzo di ingegno, nell'ultimo passo delle sue parole, sopra riportate , ha anche trasformato le precise e ingenti, incontestabili e inconfutabili responsabilità della Chiesa, per opera dei suoi membri e dei suoi rappresentanti, in "prove che il Signore permette", e che quindi il Signore propone alla Sua Chiesa per spingerla a "maggiore radicalità e coerenza", citando le parole testuali del Papa.
Mi chiedo a questo punto se le vittime innocenti dei preti pedofili e dei loro consapevoli
protettori siano felici e soddisfatte, orgogliose di essere ritenute dal Papa inconsapevoli e involontarie "prove", che il Signore utilizza per stimolare la Sua Chiesa a "maggiore radicalità e coerenza".
Domenico Mazzullo

martedì 4 maggio 2010

W l'Italia unita



Per fortuna la mia nevrosi di conservare tutto, in opposizione, così mi ha spiegato lo psicoanalista, alla compulsione di mia madre buonanima di disfarsi di tutto per far spazio non si sa a cosa, in questa particolare occasione mi è giunta in aiuto e mi è stata utile per risolvere un angoscioso quesito e dubbio che da questa mattina mi attanagliava pressante ed inquietante, da quando la lettura alla pallida luce dell'alba dei quotidiani del giorno, almeno tre, per esercitare un dovuto confronto, mi ha gettato e precipitato nella più angosciante e destrutturante incertezza della memoria non ancora, spero, senile.

In occasione infatti dell'inizio delle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario della Unità d'Italia, ricorrenza che il nostro paese si accinge a festeggiare con non unanimi entusiasmi, la freddezza della Lega, anticipata ed in un certo senso coerente, non mi ha affatto stupito in quanto attesa e annunciata, mentre invece mi ha stupito, emozionato e commosso l'entusiasmo patriottico con cui si è espresso il Presidente della Cei, Cardinale Bagnasco, capo dei vescovi italiani da Lui esortati ad unirsi festosi all'anniversario:"Io credo che l'Unità d'Italia sia nel cuore di tutti. Credo fermamente che sia opportuno partecipare con tutte le nostre energie culturali e nelle forme più varie alle celebrazioni del prossimo anno. La ricorrenza dovrebbe trasformarsi in una felice occasione per un nuovo innamoramento del nostro essere italiani".
A queste parole fanno da eco quelle del Presidente Giorgio Napolitano che ricorda grato "il grande contributo dei cattolici e della Chiesa per l'Unità d'Italia".

Emozionato, irretito, commosso, infiammato di ardore patriottico dalle parole unanimi dei due Presidenti, ma roso da un dubbio atroce, da una inquietante incertezza ed esitazione della memoria, sono corso giù in cantina a consultare i miei libri di scuola, di Storia per l'appunto, delle classi elementari, delle medie e del liceo, per non correre il rischio di lasciare qualcosa di intentato e rinverdire i miei lontani ricordi della materia.

Grande è stato il mio stupore, lo sconcerto e la delusione nel leggere su detti testi, ma la mia memoria così ricordava, che il Papa e la Chiesa tutta, sono stati tra i più fieri oppositori, avversari e nemici dell'Unità d'italia, conclusasi il XX Settembre 1870 con la presa, manu militari, di Roma, ultimo baluardo del potere temporale della Chiesa, e che costò a Vittorio Emanuele II, rè d'Italia, la scomunica papale.
Ma facendo un salto temporale indietro leggo su detti libri di Storia di Angiolo Targhini e Leonida Montanari, entrambi carbonari e il secondo anche framassone, giustiziati per ordine del Papa Leone XII e per mezzo di decapitazione a Roma in Piazza del Popolo il 23 Novembre 1825, da Mastro Titta, il boia papale, che così annotava a proposito dei due patrioti nelle "Memorie di un carnefice scritte da lui stesso":
"Decapitai al Popolo Angiolo Targhini e Leonida Montanari due cospiratori contro il governo di Sua Santità appartenenti alla setta dei Carbonari".
Ma leggo ancora avanti della "Repubblica Romana" nel 1849 dei Triumviri Mazzini, Saffi e Armellini, e del Generale Giuseppe Garibaldi, uno degli esempi più fulgidi e gloriosi del nostro Risorgimento, che strappò al Papa Pio IX il potere temporale per soli cinque mesi, dal 9 Febbraio al 4 di Luglio del 1849, pochissimi, ma sufficienti per donare a Roma una Costituzione, che avrebbe fatto da modello alla Costituzione attualmente vigente in Italia.
Ogni anno il 6 di Luglio mi reco al Gianicolo, luogo sacro alla Patria, al Sacrario dei caduti per la difesa di Roma, a rendere omaggio alla tomba di Goffredo Mameli, morto a soli 22 anni per difendere Roma contro le truppe francesi di Napoleone III giunte in soccorso del Papa e con l'occasione mi inchino davanti alle lapidi che riportano i nomi dei patrioti caduti per Roma tra i quali Angelo Brunetti detto Ciceruacchio giustiziato per ordine del Papa, assieme al figlio Lorenzo di soli 13 anni.
Penso con commozione ai fratelli Enrico e Giovanni Cairoli morti il 23 Ottobre 1867 a Villa Glori, a Giuditta Tavani Arquati patriota romana trucidata assieme a tutta la Sua famiglia il 25 Ottobre 1867 dagli zuavi pontifici e ai patrioti Monti e Tognetti ultimi giustiziati dallo Stato pontificio, per ordine del Papa Rè il 24 Novembre del 1868 e in ultimo ai caduti il XX Settembre 1870 a Porta Pia.
Ma allora, mi chiedo con stupore e costernazione, a cosa si riferiscono le parole del Cardinale Bagnasco?
Forse al merito della Chiesa di essere stata una fiera e feroce oppositrice della Unità d'Italia, tanto da rendere questi Patrioti degli Eroi ?
Domenico Mazzullo




mercoledì 14 aprile 2010

L'arte di tacere



Quando non si ha nulla da dire...è buona norma tacere.
Questo consiglia la prudenza e il buon senso.
Sembra però che la Chiesa cattolica, turbata e sconvolta di questi tempi, dal turbine di rivelazioni e denunce a proposito di casi di pedofilia nel suo seno, abbia perso la tradizionale prudenza e con essa anche il buon senso.
Sembra, infatti, che i suoi esponenti, nel tentativo per altro infruttuoso di difendersi, deviando le accuse a loro rivolte e di assumere i panni di vittime, piuttosto che di persecutori, si siano prodigati in una gara, in un rincorrersi di dichiarazioni personali, che lungi dal raccogliere, ahimè, l'effetto voluto, hanno invece conseguito il risultato di complicare ancora di più la vicenda e la posizione che in realtà volevano difendere, richiamando su di sè, del tutto gratuitamente, le critiche di persone, organismi e comunità che non erano minimamente state chiamate in causa.
Comprendo bene che quando ci si sente in pericolo, ci si muove scompostamente e afinalisticamente, ma da una organizzazione così antica e provata, mi sarei sinceramente atteso una maggiore compostezza e attenzione.
Faccio ovviamente specifico riferimento alle ultime dichiarazioni del Cardinale Tarcisio Bertone Segretario di Stato della Santa Sede, il quale dall'alto della sua autorità materiale e spirituale ha sentenziato:"è ora di finirla con questi attacchi sempre solo alla Chiesa cattolica. Molti sociologi, psicologi e psichiatri hanno dimostrato che non c'è relazione tra celibato e pedofilia e invece molti altri hanno dimostrato - me lo hanno detto recentemente - che c'è una relazione tra omosessualità e pedofilia e là sta il problema".
Come psichiatra vorrei chiedere al Cardinale Bertone, in separata sede eventualmente nel rispetto della privacy, i nomi di questi autorevoli colleghi, i quali sono giunti e gli hanno confidato queste straordinarie e innovative concezioni e conclusioni, in tema di rapporti tra omosessualità e pedofilia, scoperte che sono tuttavia ancora ignorate dalla comunità scientifica che si occupa specificatamente di tali problematiche.
Questo perchè nel momento stesso in cui si fanno tali dichiarazioni, e non tra amici al bar facendo colazione al mattino, ma dall'alto della propria autorevolezza, ci si assume tutta intera la responsabilità di quanto si afferma.
Ho appreso questa mattina dai notiziari radiofonici che dal Vaticano è stata emessa la solita precisazione e puntualizzazione, secondo la quale le dichiarazioni del Cardinale Segretario di Stato riguardassero solo i membri del clero. Sinceramente non vedo in cosa consista la differenza.
In tema poi di prudenza nelle dichiarazioni, ma non voglio infierire, debbo, per dovere di cronaca citare la affermazione, solo di pochi giorni fa, del Vescovo emerito di Grosseto, Giacomo Babini:"Dietro allo scandalo dei preti pedofili in realtà si cela una manovra di massoni ed ebrei deicidi, un attacco sionista di nemici di sempre del cattolicesimo, della Chiesa e del Papa" e ancora "L'Olocausto fu una vera vergogna per la intera umanità, ma ad esso occorre guardare senza retorica e con occhi attenti. Non crediate che Hitler fosse solo pazzo. La verità è che il furore criminale nazista si scatenò per gli eccessi e le malversazioni economiche degli ebrei che strozzarono la economia tedesca. La Germania era stanca delle angherie di chi praticava tassi di interesse da usura.".
Naturalmente all'indomani di queste dichiarazioni e delle indignate proteste che esse hanno suscitato, hanno fatto seguito le immancabili precisazioni, puntualizzazioni, smentite, correzioni, prese di distanza....
Voce di sen fuggita?
In questi tempi burrascosi e perigliosi consiglierei la lettura dell'aureo libretto dell'Abate Dinouart "L'arte di tacere".
Domenico Mazzullo

lunedì 5 aprile 2010

Chiacchiericcio


"Chiacchiericcio?"
Incuriosito dalla frequenza con la quale il termine, non certo comune, quasi obsoleto, è stato usato nelle alte sfere del Vaticano e per precisare dal Papa in persona, nella messa della Domenico delle Palme e ripreso nella domenica successiva, quella di Pasqua, in piazza San Pietro, nel messaggio fuori protocollo, rivolto dal cardinale Angelo Sodano a Benedetto XVI, rammentandone il significato, ma desiderandone una dotta e certa conferma, ho consultato più di un dizionario per aver rassicurazione, traendone sempre lo stesso significante:
"Chiacchiericcio= il chiacchierare prolungato e confuso di più persone su argomenti futili.
Con la intenzione di ben comprendere il messaggio e il pensiero del Santo Padre e successivamente quello del Suo cardinale, ho voluto rileggere, più e più volte, parola per parola e con estrema attenzione il Suo discorso e quello del Suo cardinale per non correre il facile e oggi frequente rischio di travisarne il senso e di essere quindi tratto in errore nella sua interpretazione, anzi per facilitare l'incauto mio lettore, lo riporto nei tratti più importanti, come l'ho ricavato dalla stampa:
"L'Uomo-ha detto il Papa-può scegliere una via comoda e scansare ogni fatica. Può anche scendere verso il basso, il volgare. Può sprofondare nella palude della menzogna e della disonestà. Gesù però cammina avanti a noi e va verso l'alto. Egli ci conduce verso ciò che è grande, puro, ci conduce verso l'aria salubre delle altezze, verso la vita secondo verità, verso il coraggio che non si lascia intimidire dal chiacchiericcio delle opinioni dominanti, verso la pazienza che sopporta e sostiene l'altro".
A questo esplicito discorso ha fatto eco e seguito il messaggio che, fuori di protocollo e sua sponte, il cardinale Sodano ha rivolto al Papa in occasione della messa pasquale in piazza San Pietro e del quale, per parità di cronaca, riporto i tratti salienti:
"E' con Lei il popolo di Dio che non si lascia impressionare dal chiacchiericcio del momento, dalle prove che talora vengono a colpire la comunità dei credenti".
Orbene, ferma rimanendo la constatazione che il termine "chiacchiericcio" debba essere particolarmente gradito e ben abituale nel vocabolario ecclesiastico e certamente ben conosciuto nel suo significato intrinseco e non certo elogiativo, non voglio e non posso credere, anzi mi rifiuto di credere che detto termine, usato in ben due discorsi ufficiali, possa riferirsi, come invece tutta la stampa e tutta la opinione pubblica ha concluso con maliziosa faciloneria e superficialità, alle ben note vicende di pedofilia, agli scandali di preti pedofili che stanno infangando il buon nome e la rispettabilità della Chiesa cattolica, in Europa, in Irlanda, in America, in Australia, arrivando a lambire addirittura le immacolate vesti del Papa stesso.
Non voglio, non posso e mi rifiuto di credere che il succitato termine "chiacchiericcio" possa mai rivolgersi, possa esser stato utilizzato per definire, dispregiativamente, le innumerevoli denunce di chi è stato vittima innocente delle lubriche brame di sacerdoti che, dimentichi della loro missione, hanno approfittato della innocenza di giovinetti a loro affidati. e ancor peggio della onerosa connivenza di chi, sapendo, ha taciuto, ha protetto e coperto per non disonorare il buon nome della Istituzione.
Non voglio, non posso e mi rifiuto di credere che si sia potuto definire, da parte di tali Autorità spirituali, "chiacchiericcio", ossia come recita il dizionario "il chiacchierare prolungato e confuso di più persone su argomenti futili", lo sconcerto, lo stupore, lo sgomento, il disorientamento che ha colpito la popolazione dei credenti e non, di fronte a notizie così allarmanti ed incredibili al solo pensarle.
Perchè se così fosse, ma mi indigno e mi censuro al solo formulare questo pensiero, allora bisognerebbe desumere che il Papa e il Suo cardinale ritengono nel loro intimo, che il suddetto sgomento e disorientamento, la legittima indignazione e la richiesta di chiarezza e limpidezza da parte dei fedeli, possa essere considerato alla stregua di un confuso e prolungato, inconcludente e fastidioso parlare di più persone, ma ancor più gravemente, che l'argomento di questo parlare, ossia le vessazioni subite da vittime innocenti, i danni morali e materiali da queste subite, sia un soggetto futile e trascurabile.
Non posso immaginare che il Santo Padre e il Suo cardinale, così attenti e prudenti nell'uso appropriato dei termini con cui si esprimono nei loro discorsi ufficiali, siano potuti incorrere, inciampare in una leggerezza simile, in una tale svista di significati, pur se in questi ultimi tempi la Chiesa, forse sconcertata ed innervosita, stupita e addolorata per attacchi da più parti, cui non era abituata, più volte ha dovuto correggere quanto detto, precisare, modulare, stemperare, mitigare il significato delle sue parole che hanno sollevato la suscettibilità di altri prima umilmente ossequienti.
Non posso immaginare che la Chiesa, così generosa verso noi peccatori di consigli, di stimoli positivi, di esortazioni morali, di esempi spirituali, possa aver confuso e scambiato il suo ruolo di carnefice, per mano di suoi esponenti infedeli, con quello di vittima di un chiacchiericcio vile e calunnioso.
Si potrebbe mestamente concludere che "i tempi sono cambiati" e che "non c'è più religione".
Domenico Mazzullo

giovedì 4 marzo 2010

Quasi quasi ammazzo qualcuno....


Quasi quasi ammazzo qualcuno. Per vedere l'effetto che fà.
Questa idea peregrina mi è balzata subitanea alla mente, leggendo i giornali di questa mattina e anche ora che è sera inoltrata, tuttavia, non mi abbandona e anzi mi tormenta e mi alletta con la sua accattivante semplicità.
"Cosa mai avrò letto sul quotidiano", si chiederà l'incauto Lettore, che mi ha suggerito una sì scelletata idea? E' presto detto.
Apprendo, non senza stupore, che Omar Favaro, uno dei due autori, meglio detto, assassini, di uno dei più atroci ed efferati delitti dei tempi recenti, quello di Novi Ligure in cui, egli, assieme e presumibilmente sotto la direzione della sua degna compagna e fidanzata Erika, massacrò a coltellate Susi Cassini e il figlio Gianluca di appena 11 anni, rispettivamente madre e fratello di Erika, da oggi è un uomo libero, avendo scontato interamente la sua pena.
Mi correggo, non proprio interamente, essendo stata la pena definitiva comminatagli di 14 anni, (16 per Erika riconosciuta "la mente" del crimine), ma dei quali ne sono stati scontati solo 9.
Secondo una incomprensibile, ma ineludibile aritmetica della Giustizia, tre anni appena gli sono stati condonati grazie all'indulto, gli altri hanno subito uno sconto premio per la buona condotta dimostrata(45 giorni per ogni semestre di carcerazione).
Carcerazione che non deve essere stata particolarmente afflittiva, se è vero che il nostro eroe, già da qualche tempo lasciava il carcere di Asti al mattino, per farvi ritorno, ahimè a sera, lavorando, durante il giorno, come giardiniere presso i giardini comunali, con regolare contratto che gli fruttava e continuerà a fruttargli 700 Euro al mese.
In ultimo, per alleviare ulteriormente le scomodità e la tristezza di un rientro in carcere serale, il magistrato di sorveglianza ha deciso, sua sponte, nei giorni scorsi, di concedergli un ulteriore sconto di pena, regalandogli 45 giorni di libertà anticipata rispetto all'ultimo semestre di pena espiata.
Ora Omar è un uomo libero e tra poco lo sarà anche Erika. Le loro vittime riposano in pace.
Lasciando definitivamente il carcere Omar ha pronunciato poche ma significative parole, testimonianza e prova di un profondo pentimento:"Ora ho pagato il mio debito. Voglio essere lasciato in pace, vivere tranquillo, ho bisogno di sentire suoni nuovi, annusare odori diversi. Per tanto tempo mi sono mancati anche i rumori della città. Dentro tutto è silenzio..."
Caro Omar, ora che sei libero, con tutto il cuore ti auguro di annusare odori diversi, di sentire suoni nuovi, di sentire i rumori della città che tanto ti sono mancati, di dimenticare il silenzio che c'era "dentro", dietro le mura del carcere, sostituendolo, colmandolo con il rumore assordante dei ricordi, con il suono delle urla di sgomento e di dolore di una madre e di un bambino uccisi dalle tue coltellate e quelle di Erika, figlia e sorella, di riempire le tue giornate di giardiniere, con le immagini efferate che solo tu hai potuto vedere e ricordare, di "vivere tranquillo" con la compagnia dei rimorsi, spero, che ti accompagneranno per tutta la vita, di uomo libero.
Se fosse possibile vorrei regalarti un bel libro da leggere nei momenti di riposo dal duro lavoro:"Delitto e castigo" di un autore russo Feodor Dostojewskij. Leggendolo potresti scoprire che il protagonista, avendo ucciso una sola persona e non due, come te, e per giunta vecchia e usuraia, non aspirava proprio a vivere tranquillo.....ma non voglio anticiparti nulla, per non toglierti il gusto della lettura.
Domenico Mazzullo