domenica 20 dicembre 2009

Depressione



In oltre trenta anni di professione, come psichiatra, la malattia, oggi chiamata depressione è sempre stata una presenza assidua e costante nella mia vita, sia perchè essa è molto rappresentata e frequente tra i pazienti che a me si rivolgono, per essere aiutati, sia perchè io stesso ne soffro, consapevolmente, da quando, medico, sono stato capace di riconoscerne i sintomi in me stesso, inconsapevolmente, da bambino, quando ne ignoravo ancora l'esistenza, ma ne soffrivo il dolore, , e i ricordi di quel periodo sono particolarmente vividi e sofferti nella mia mente.
La depressione, e chi ne soffre lo sa bene, è una malattia cattiva, perfida, come le altre e forse più delle altre, perchè fa soffrire grandemente chi ne è affetto e perchè si insinua in noi silenziosamente, subdolamente, di nascosto, insidiosamente e spesso non viene riconosciuta come malattia dal paziente stesso, dai suoi familiari ed amici e ahimè, a volte, neppure dal medico cui il malato si rivolge per essere aiutato e guarito, o almeno per sentir lenite le sue sofferenze.
Ancora purtroppo la depressione tarda ad essere riconosciuta quale malattia, malattia come tutte le altre e sono frequenti, ancora, da parte dei familiari, degli amici, dei medici stessi a volte, purtroppo, le esortazioni, gli inviti, le raccomandazioni, sempre più pressanti, invadenti, imperiose, a volte, e rampognanti a "reagire" a "farsi forza" a "metterci buona volontà", esortazioni e raccomandazioni, che nella loro totale inutilità, ottengono l'unico risultato di gettare il malcapitato paziente, cui vengono rivolte, ancor più se possibile nello sconforto e nella disperazione e desolazione.
Le cause della depressione sono tante, molteplici e multiformi, andando esse da cause prettamente organiche e biologiche, forse genetiche, nella depressione endogena, nelle sue varianti monopolare e bipolare, a cause plausibilmente ormonali nella ben tristemente nota depressione post-partum, a cause sempre biologiche, di invecchiamento, nella depressione senile, a cause comunque biologiche, ma di diversa origine, nella depressione, sempre più oggi diffusa, da "diete incongrue e carenziali", per lo più autogestite, che con lo scopo di provocare un rapido e desiderato dimagrimento, privano il Sistema nervoso, di quegli alimenti necessari alla sua sussistenza ed efficienza.
Altre cause, sempre organiche, sono rappresentate dall'uso di droghe, tutte, nessuna esclusa, che quale più, quale meno, inducono effetti devastanti, tra i quali uno dei primi a comparire è proprio la depressione.
Esiste poi, per complicare la vita di noi psichiatri e dei pazienti che a noi si rivolgono, il "mare magnum" delle depressioni cosiddette "reattive", nelle quali la depressione, con tutto ciò che ne consegue, è provocata, è causata, è indotta da un evento, da un accadimento, da una situazione personale, da una condizione, acuta o cronica, che comunque viene percepita dal paziente come dannosa, lesiva, negativa, dolorosa, pericolosa, per la sua esistenza, in senso lato, fisica, affettiva, lavorativa, familiare, psichica.
La risposta a questo evento, unico, multiplo, acuto o perdurante nel tempo è costituita dalla "depressione" in tutte le forme, le sembianze, anche i travestimenti, con cui è capace di presentarsi ed aggredirci.
Esiste quindi, da che mondo è mondo una depressione da lutto, da delusione affettiva, con ciò che ne consegue, da delusione lavorativa e di carriera, da perdita del posto di lavoro, da pensionamento, da perdita economica, da sensi di colpa per ciò che di male abbiamo commesso, vedi "l'Innominato" dei "Promessi Sposi" di manzoniana e ginnasiale ricordo, anche da successo, paradossalmente, se questo comporta l'assunzione di responsabilità e l'attribuzione di compiti, rispetto ai quali non ci sentiamo all'altezza, da preoccupazione continua, costante e angosciosamente esagerata per la nostra salute, e così via via con tutte le cause che la umana condizione è capace di provocare e generare, nella sua smisurata fantasia.
Ieri, per la prima volta, in vita mia, ho visto, in un paziente, la "depressione da decoder".
Come sappiamo tutti, da pochissimo tempo nel nostro paese si sta diffondendo, a macchia d'olio, nonchè a pelle di leopardo, una rivoluzione silenziosa e fino ad ora incruenta, che mina definitivamente e ineluttabilmente le nostre certezze e le nostre, fin qui sicurezze.
In tutta Italia e progressivamente si sta passando, per quanto riguarda la TV, dal segnale analogico al digitale, credo di aver capito, tanto che si parla di "digitale terrestre", in contrapposizione e distinzione, credo di intuire, da qualche altro tipo di digitale, sul quale è superfluo soffermarci ed indagare.
Sappiamo tutti che questa rivoluzione pacifica non è stata per tutti, anche se incruenta, indolore, essendosi creati non pochi problemi per persone, in gran numero anziani e quindi per età poco propensi ad appropriarsi di conoscenze ed abilità tecnologiche, nella comprensione e quindi nella attuazione di quelle, non sempre semplici, procedure, atte a permettere loro, di vedere, come prima la TV, che nel bene o nel male rappresenta per essi, spesso l'unico svago, l'unica distrazione, l'unico contatto con un mondo esterno divenuto troppo difficile e complesso, troppo astruso, per essere compreso e dominato e quindi implicitamente pericoloso.
La TV rappresenta spesso per queste esistenze, ormai vicine al traguardo ultimo, l'unico conforto, l'unica distrazione dai pensieri tristi e dai ricordi pesanti, l'unica compagnia dei pomeriggi di noia e solitudine, di notti insonni ed angosciose, l'unico conforto ad una esistenza solitaria resa ancor più dolorosa dalla patente latenza e latitanza di figli e familiari.
Orbene, la improvvisa novità, l'improvviso sopraggiungere e sopravvenire del digitale terrestre con i dubbi, le difficoltà, le incombenze, le complicazioni che esso comporta, ha indubbiamente apportato notevoli vantaggi, ma ha gettato nello sconforto e nella disperazione tantissime persone, cui prima accennavo, che di punto in bianco si son trovate in mano un telecomando del televisore che, fino a ieri familiare e fedele servitore, oggi non risponde più ai loro comandi, come sempre, ormai da sempre ed è divenuto drammaticamente inservibile, privandoci della confortante possibilità e certezza di poter riempire e addolcire i lunghi pomeriggi e le tormentate notti, con il nostro programma preferito.
E' quanto è accaduto al mio paziente, che ieri mi raccontava di essere caduto in una sconfortante ed angosciante depressione da quando, dopo l'avvento del digitale terrestre e nonostante la sua buona volontà e gli immani sforzi fatti per comprendere la nuova tecnologia, per mezzo di manuali, pubblicazioni, lezioni private, esercizi sotto la guida del nipote quindicenne, non è più capace di utilizzare il telecomando del proprio televisore.
Dopo averlo confortato, ed avergli prescritto una terapia farmacologica antidepressiva, ho stilato un dettagliato rapporto per la Organizzazione Mondiale della Sanità, descrivendo un nuovo tipo di malattia depressiva destinato ad assumere, nel nostro paese un carattere di epidemia: "La depressione da Decoder".
Ogniuno di noi medici sogna di passare alla Storia per aver scoperto e descritto per primo una malattia che da lui ha preso il nome: "Morbo di Alzheimer ", "Morbo di Parkinson", "Morbo di Kushing", "Morbo di Burger" e così via.
Mi illudo e sogno che dai posteri, a questa particolarissima forma di depressione, possa essere un giorno dato il mio nome.
Domenico Mazzullo

4 commenti:

Tiziana Stallone ha detto...

L'era del digitale terrestre è difficile per me, trentottenne, che per motivi che ancora non comprendo a pieno, ho cinque telecomandi. Ben tre sono destinati alla tv.
Spero con tutto il cuore, che nei prossimi anni non cambi anche la radio. E' l'unica forma di comunicazione, che ci ricorda nostalgicamente la nostra infanzia, il nostro passato.
Il mio pensiero va affettuosamente a tutti gli anziani, la loro vita sembra essere molto dura.

laurab ha detto...

E' la prima cosa che ho pensato quando si è cominciato a diffondere il dovere di passare al digitale... Ho pensato ai miei nonni, e mi sono ricordata, appunto, di quanto era importante per loro lo spazio, il rifugio della tv... così ho pensato con tristezza a tutte quelle persone che si sono sentite e si sentono destabilizzate da questo cambiamento...

www.federicorocchi.it ha detto...

Ma quella depressione è evidentemente incurabile. Infatti non si tratta di imparare ad utilizzare il vecchio telecomndo con il nuovo ricevitore quanto di usare soltanto il nuovo telecomando del nuovo ricevitore. Quindi trattasi di un comune caso di "resistenza al cambiamento" e di accettazione della realtà "as is".

Realtà e cambiamento sono concetti più generali che valgono al di là del digitale terrestre ed è giusto lavorare su quelli. Per tutti gli altri una notizia bomba: esistono telecomandi "programmabili" che ne sostituiscono molti riunendoli in uno soltanto, per continuare ad avere uno ed un solo telecomando. Oggi i mariti si cambiano facilmente, i telecomandi no.

Anonimo ha detto...

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